Schianto mortale Belluno conducente ubriaco

Schianto mortale Belluno conducente ubriaco

 

I quotidiani “Il Gazzettino” di Belluno e “Corriere delle Alpi” hanno pubblicato vari articoli relativi all’incidente stradale che ha causato la morte della 42enne Barbara Durastante.

L’auto sulla quale viaggiava è uscita di strada schiantandosi su un albero. Il conducente era ubriaco e dopo l’incidente si è reso irreperibile.

I familiari di Barbara si sono affidati a Giesse Risarcimento Danni per ottenere giustizia.

Uccise Barbara: 8 anni all’autista

Maxi-condanna ieri in tribunale per il brasiliano 41enne Evandro Gonsalves Galhardo, che si schiantò ubriaco

Era al volante di una “Uno” con un’alcolemia che sfiorava il 3 e trasportava l’amica 42enne bellunese che è deceduta sul colpo

 

Otto anni di reclusione. Maxi condanna ieri, in tribunale a Belluno, per Evandro Gonsalves Galhardo, 41enne originario del Brasile, che il 19 dicembre 2017 si schiantò con l’auto contro un platano di via Vittorio Veneto, a Belluno, provocando la morte dell’amica Barbara Durastante seduta accanto a lui. A distanza di quasi tre anni la famiglia della donna ha potuto finalmente ottenere giustizia. «Purtroppo nessuno potrà mai restituirci Barbara – ha commentato ieri pomeriggio, in lacrime, il padre Roberto – Ammetto che, all’inizio, avevo perso lo fiducia, ma oggi posso dire che giustizia è stata fatta!».

LE AGGRAVANTI. La condanna, pesante come un macigno, ha potuto raggiungere gli otto anni di carcere perché il brasiliano guidava ubriaco. Il suo tasso alcolico aveva sfiorato i 3 grammi di alcol per litro di sangue nella prima misurazione e si era fermato a 2,89 nella seconda. Un’aggravante che ha fatto lievitare la pena prevista per l’omicidio colposo stradale che normalmente va dai due ai sette anni. Ma in caso di ebbrezza alcolica parte dagli otto anni di carcere e può arrivare fino a dodici. Il pm Sandra Rossi, nella sua requisitoria, ne aveva chiesti otto e mezzo.

IMPUTATO FANTASMA. In ogni caso rimane una giustizia “a metà” perché Evandro Gonsalves Galhardo risulta irreperibile. Dopo lo schianto mortale di quasi tre anni fa venne ricoverato in ospedale a Belluno e poi trovò il modo di andarsene dall’Italia. Gli inquirenti che si erano messi sulle sue tracce hanno spiegato che l’uomo poteva essere fuggito in Brasile a curarsi, ma è solo un’ipotesi. L’unica certezza è che, probabilmente, non farà mai più ritorno in Italia. «Andava piantonato in ospedale» ha detto con rabbia il papà di Barbara, ieri, Roberto Durastante. E’ l’unico elemento che, di fatto, riapre le ferite non ancora rimarginate dalla famiglia di Barbara. «Non avrebbe dovuto lasciare il nostro paese così liberamente – ha concluso il padre – Temo che la condanna non la sconterà mai». L’incidente mortale avvenne la sera del 19 dicembre 2017. I due amici stavano andando verso Ponte nelle Alpi ma, superato il bar Mendoza, l’auto finì contro un platano e Barbara Durastante morì.

LA PERIZIA. Il processo sarebbe dovuto finire ancora a marzo, ma l’avvocato della difesa Ferruccio Rovelli aveva chiesto al giudice di nominare un perito per capire se la cintura allacciata avrebbe permesso alla donna di salvarsi e tutto è stato congelato. «L’utilizzo della cintura non l’avrebbe tutelata», ha spiegato ieri pomeriggio, in aula  a Belluno, il perito del giudice. L’auto, «abbastanza attempata», sfrecciava a 60 chilometri orari. «L’accelerazione a cui era sottoposto il corpo – ha chiarito poco dopo – non avrebbe permesso conseguenze diverse. Certo, avrebbe riportato delle ferite minori alle gambe, ma non al tronco e alla testa». A provocare la morte di Barbara Durastante, secondo il perito, sarebbe stata la ferita sul capo causata dal montante destro dell’auto su cui si trovò a sbattere durante l’incidente. Cintura di sicurezza o meno, quel colpo mortale l’avrebbe preso lo stesso.

LA DIFESA. La difesa ha provato a smontare questa tesi spiegando che «il montante dell’auto, come di evince dalle foto, non si è deformato verso l’interno. Barbara deve aver sbattuto la testa da altre parti e questo non sarebbe successo se avesse avuto la cintura di sicurezza allacciata. Così, invece. L’impatto è stato il 90% più forte sul corpo e il 70% sul capo». Per questi motivi l’avvocato ha chiesto l’assoluzione per il suo assistito o la riformulazione del reato in “lesioni stradali colpose”.

LA CONDANNA. Il giudice Angela Feletto, però, aveva le idee chiare e dopo una decina di minuti è uscita con la sentenza di condanna: otto anni di reclusione. Tra 30 giorni si conosceranno le motivazioni. Si tratta di una condanno di primo grado, quindi non definitiva. Inoltre potrà finalmente proseguire il capitolo in ambito civile in cui la famiglia è seguita da Giesse Risarcimento Danni. «Il fatto era gravissimo – ha fatto sapere il responsabile Gennaro Pisacane – Ci aspettavamo e auspicavamo una condanna esemplare che tenesse contro della condotta del tutto irresponsabile tenuta dal conducente dell’auto. Siamo pienamente fiduciosi che quanto accertato in sede penale, grazie alle perizie disposte, agevolerà ora i giudici anche nella parallela causa civile già instaurata presso il tribunale di Milano».

Leggi l’articolo dell’11 settembre 2020 sul sito de “Il Gazzettino” di Belluno

 

Schianto da ubriaco in via Vittorio Veneto. Condanna a 8 anni per omicidio stradale

Emessa la sentenza per la morte di Barbara Durastante
Il brasiliano Gonsalves irreperibile da anni. Patente revocata

 

Le cinture non avrebbero salvato Barbara. Evandro Galhardo Gonsalves è stato condannato a o otto anni e alla revoca della patente per omicidio stradale in stato di ebbrezza. Il 41enne brasiliano, che viveva in provincia e dal 26 giugno di due anni fa si è reso irreperibile, è stato ritenuto colpevole della morte di Barbara Durastante, la donna che la sera del 17 dicembre era seduta al suo fianco, a bordo della Fiat Uno finita contro un platano di via Vittorio Veneto.

La condanna servirà a chiudere la causa civile per il risarcimento promossa contro Vittoria assicurazioni da Giesse, davanti al Tribunale di Milano. Nell’udienza a palazzo di giustizia del 28 novembre dello scorso anno, il pm Tricoli aveva chiesto otto anni e sei mesi, mentre per il difensore Rovelli ci sarebbe voluta un’ultima perizia, perché né l’imputato né la 42enne optometrista avevano allacciato le cinture di sicurezza, un dispositivo che a suo dire avrebbe potuto salvare la vita della donna, anche perché lo schianto avvenne a una velocità tra i 60 e gli 80 chilometri orari.

Il consulente Di Noto aveva depositato la sua perizia lo scorso 4 marzo e ieri pomeriggio l’ha illustrata anche al giudice Feletto. Secondo lo specialista, Barbara Durastante sarebbe sicuramente morta anche con le cinture allacciate. Fatale il trauma cranico sofferto nell’impatto con quello che si chiama montante destro dell’utilitaria. Magari sarebbero state meno gravi le lesioni alle gambe e al resto del corpo, ma non si sarebbe salvata lo stesso. Inutili tutti i tentativi di Rovelli di trovare punti deboli nella perizia.

Il consulente della Procura, Zamuner aveva sottolineato che l’auto non presentava difetti o anomalie tali da collegare l’incidente a un guasto. Lo sterzo funzionava e i pneumatici erano in buone condizioni. A parere dello stesso perito, l’andatura della Uno che procedeva a zig zag e con continue frenate e accelerate, segnalate dai testimoni, si spiega con l’elevato tasso alcolemico rilevato poi nel sangue dell’imputato: 2,89 grammi di alcol per litro di sangue, quasi sei volte il valore massimo consentito.

Secondo la ricostruzione fatta nell’immediatezza dei fatti, verso le 21 la macchina a bordo della quale viaggiavano in due si stava dirigendo verso Ponte nelle Alpi, partita all’altezza del bar
Belluno, in fondo a via Simon da Cusighe. Aveva da poco passato il centro commerciale Millenium quando, poco oltre il bar Mendoza, l’auto è uscita autonomamente di strada. Ha travolto i cartelli stradali che si trovavano a destra, subito dopo il semaforo a chiamata delle strisce pedonali e si è poi schiantata contro l’albero davanti al negozio Original Marines. Quello che dal giorno dopo ha sul tronco una fotografia della donna. Un impatto così forte da sradicare la portiera sul lato passeggero. Dopo aver girato più volte su sè stessa, l’auto sì è fermata di traverso sulla carreggiata.

Nella nuova discussione, il pm d’udienza Rossi ha confermato la richiesta presentata lo scorso inverno, mentre Rovelli ha insistito con l’assoluzione con la formula più congrua, anche per insufficienza di prove, in subordine alla derubricazione del reato in lesioni stradali colpose. Il giudice Feletto ha condannato a otto anni e la revoca della patente. Ma non si sa dove sia Evandro Galhardo Gonsalves: «Barbara, purtroppo, nessuno mai me la riporterà», commenta in lacrime papà Roberto Durastante «all’inizio ammetto di aver perso fiducia: quell’uomo andava piantonato in ospedale, non avrebbe dovuto poter lasciare il nostro Paese. Di fatto temo che la condanna non la sconterà mai. Però posso dire che giustizia è stata comunque fatta, la condanna è esemplare e per questo ringrazio il tribunale».

Leggi l’articolo dell’11 settembre 2020 sul sito de “Il corriere delle Alpi

 

Sei vittima di un incidente stradale?

Durastante non aveva la cintura allacciata serve una nuova perizia

Si allungano i tempi per il processo a carico di Evandro Galhardo Gonsalves, il brasiliano irreperibile dal giugno 2018, accusato dell’omicidio stradale di Barbara Durastante. Ieri il processo era arrivato al termine con le conclusioni dell’accusa e della difesa, che però ha sottolineato la necessità di chiarire un elemento fondamentale.

Quella sera del 17 dicembre 2017, infatti, sia Barbara Durastante che l’imputato non avevano allacciato le cinture di sicurezza che, secondo l’avvocato Rovelli, avrebbero potuto salvare la vita alla donna, visto che l’incidente avvenne a una velocità abbastanza contenuta. Il giudice Angela Feletto, dopo essersi ritirata in camera di consiglio, ha deciso di accogliere l’istanza della difesa e di disporre una perizia specifica su questo aspetto, rinviando al 9 dicembre per il conferimento dell’incarico.

Ieri mattina in aula è stato ascoltato un testimone, il titolare del bar dove i due si erano recati per comprare le sigarette, e il perito incaricato dal pubblico ministero.

Il perito ha sottolineato che la Fiat Uno non presentava difetti o anomalie tali da collegare l’incidente a un guasto meccanico. Lo sterzo funzionava regolarmente e i pneumatici erano in buone condizioni, a parte quello che si era rotto in seguito (e non prima) all’impatto contro l’albero di via Vittorio Veneto.

Secondo il perito, l’andatura della Fiat Uno che procedeva a zig zag e con continue frenate e accelerate, segnalate dai testimoni, si spiega con l’elevato tasso alcolemico rilevato poi nel sangue dell’imputato. Il perito ha confermato che entrambi gli occupanti non avevano la cintura di sicurezza allacciata, spiegando anche che, per stabilire un eventuale nesso con il decesso della donna, era necessario il parere di un medico.

Durante le conclusioni, il pm Gianluca Tricoli ha chiesto la condanna a 8 anni e mezzo e la revoca della patente, ma con la nuova perizia potrebbero esserci altri elementi da valutare.

La famiglia Durastante, che si è affidata a Giesse Risarcimento Danni di Belluno, dovrà dunque attendere ancora per capire cos’è successo alla figlia.

Leggi l’articolo del 29 novembre 2019 sul sito del Corriere delle Alpi

 «Lui a casa felice, mia figlia morta»

Ieri in aula Roberto Durastante, il papà della 42enne morta nella Fiat guidata da un brasiliano ubriaco il 19 dicembre 2017. Lo straniero è a processo per omicidio stradale aggravato. Ieri il giudice ha disposto una perizia sulla vecchia vettura.

IL PROCESSO. Belluno. Una perizia sul funzionamento della Fiat Uno e eventuali anomalie del veicolo in cui morì Barbara Durastante. Lo ha deciso ieri in aula, in apertura di processo, il giudice Angela Feletto, parlando di «perizia dirimente» per decidere come proseguire. La 42enne bellunese Barbara perse la vita mentre viaggiava come passeggera sull’auto condotta dall’amico Evandro Gonsalves Galhardo.

Lo schianto avvenne la sera del 19 dicembre 2017, quando il brasiliano 40enne ubriaco, finì con la vettura su un platano in via Vittorio Veneto. Barbara morì sul colpo e lui finì all’ospedale: dopo le cure si rese irreperibile tornando al suo paese. Ma il processo per omicidio stradale, con l’aggravante dell’ubriachezza, va avanti lo stesso, grazie alla nomina dell’avvocato di fiducia. Il brasiliano è rappresentato dagli avvocati Ferruccio e Davide Rovelli.

Quella di ieri era un’udienza interlocutoria in cui la difesa ha chiesto la perizia sulla vettura, poi ammessa e disposta d’ufficio dal giudice. Il processo è stato rinviato al 10
ottobre per il consulente e 5 testimoni dell’accusa. Parlerà anche il papà di Barbara, Roberto Durastante, che ieri era in aula.

IL PAPÀ. Il genitore era arrivato da Roma ed era assistito dai referenti di Giesse Risarcimento Danni. La famiglia non è costituita nel processo, ma c’è una causa civile in corso a Milano, contro la Vittoria Assicurazioni, che copriva l’auto. Il papà dopo l’udienza ha commentato: «Io spero che mi torni la fiducia nella giustizia. Spero che chi ha causato la morte di mia figlia paghi.

In Brasile esiste l’estradizione, da quando c’è il nuovo Governo, e io spero che in caso di condanna, venga portato a scontare la pena fino all’ultimo giorno». D’altronde il brasiliano rischia una pena che parte da un minimo di 8 anni di reclusione. «Comunque già il fatto che il processo sia iniziato a distanza di meno di due anni dai fatti mi fa
ben sperare – ha proseguito papà Durastante – a Roma vedo processi di fatti di 5-6 anni prima.

Ma ora deve essere chiarito una volta per tutte quello che è successo: quella persona era al volante con un tasso alcolemico 6 volte quello legale per mettersi alla guida che è 0.50». Gonsalves Galhardo guidava ubriaco con un’alcolemia che sfiorava i 3 grammi di alcol per litro di sangue (2,89 per l’esattezza) e non venne arrestato. Un problema che c’è nei casi di omicidio stradale quando la Procura attende i dati delle analisi forensi relativi allo stato d’ebbrezza prima di poter procedere.

IL DESIDERIO. Oltre a quello di avere giustizia il desiderio di Roberto Durastante è quello di rivedere gli occhi di sua figlia. Era stato data l’autorizzazione dai familiari e le cornee della 42enne hanno ridato la vista e la vita a una persona ignota. Il papà vorrebbe incontrarla. «Non ci sono ancora riuscito – ha detto – anche se ho chiesto alla fondazione Banca degli occhi, che però è tenuta alla privacy.

Io ho lasciato un messaggio per chi ha ricevuto quel dono, ma ad oggi non sono ancora stato contattato». Lui gli occhi di sua figlia non li ha più visti, ma quelli dell’uomo che l’ha uccisa ce li ha davanti sempre, ogni giorno sui social. «Lui va avanti con la sua vita in Brasile – spiega Roberto -, come se nulla fosse. Posta immagini, pensieri, notizie di dove si trova.»

Gli inquirenti quindi sanno chiaramente dove si trova. Non capisco perché non possa assere portato qui ad affrontare le sue responsabilità. Mia figlia invece che era laureata in Optometria e che oggi potrebbe essere a Luxottica, dove assumono, invece non c’è più». Ovviamente l’estradizione per l’imputato potrebbe scattare solo a sentenza definitiva, in caso di condanna. E ci vorranno tre gradi di giudizio. Intanto Roberto prosegue la sua battaglia, con segnalazioni di casi di malagiustizia, sui social, dove è seguito da 5mila persone.

Leggi l’articolo del 5 luglio 2019 sul sito de Il Gazzettino di Belluno

Serve una perizia tecnica per la morte di Barbara.

La causa civile è in corso

BELLUNO. Perizia tecnica sullo schianto. Aperto il processo al brasiliano Evandro Galhardo Gonsalves, che è accusato di omicidio stradale per la morte di Barbara Durastante, in via Vittorio Veneto. Dopo la consulenza dello specialista della pubblica accusa Zamuner, ieri mattina il difensore Rovelli l’ha chiesta per stabilire la dinamica del sinistro della sera del 17 dicembre di due anni fa; la causa del decesso della 42enne optometrista; il funzionamento della Fiat Uno, che era finita contro un platano e, dopo aver girato più volte su se stessa, si era fermata di traverso sulla carreggiata.

I primi accertamenti hanno evidenziato che l’uomo era in stato di ebbrezza (il tasso alcolemico rilevato era pari a 2,89 grammi per litro) e la donna non aveva la cintura di sicurezza allacciata.

Il giudice Feletto si era inizialmente riservata sulla richiesta, ma in un secondo momento ha disposto questo ulteriore accertamento e convocherà lo specialista Zattin per il giuramento alle 14 del 10 ottobre.

Il padre della ragazza, Roberto Durastante, è arrivato da Roma, pur non essendosi costituito parte civile. C’è una causa, di fronte al Tribunale di Milano contro Vittoria assicurazioni, che ha già proposto un ristoro a Giesse Risarcimento Danni, che però non è stato ritenuto sufficiente. Quanto all’imputato, risulta irreperibile, ma sa di sicuro dell’esistenza del procedimento penale.

La donna non aveva le cinture allacciate, questo è vero, ma Gonsalves avrebbe dovuto accompagnarla a casa e non portarla, chissà perché, verso i centri commerciali già chiusi a quell’ora: «Nessuno potrà mai restituirmi una figlia», ha sospirato fuori dall’aula Roberto Durastante, «meno male che questo tribunale ha fissato un’udienza così ravvicinata: a Roma, chissà quanto tempo avrei dovuto aspettare».

L’uomo era curioso di sapere a chi fossero andate le cornee donate dalla ragazza: «So che qualcuno le ha ricevute, ma la Banca degli Occhi non mi dice niente. Non può dirmelo e questo mi dispiace parecchio, perché vorrei poter parlare con questa persona».

Leggi l’articolo del 5 luglio 2019 sul sito de Il Corriere delle Alpi

Hai subìto un incidente stradale?

Uccise Barbara: rischia 8 anni, ma è fuggito

Rinviato a giudizio ieri Evandro Gonsalves Galhardo: l’uomo guidava ubriaco la Fiat Uno in cui morì la 42enne

Aveva un’alcolemia di quasi 6 volte il massimo consentito, ma non venne arrestato dopo lo schianto e andò in Brasile

BELLUNO. La speranza è che dal processo che inizierà a luglio arrivi giustizia per la morte di Barbara Durastante, la 42enne bellunese morta mentre viaggiava sull’auto condotta dall’amico Evandro Gonsalves Galhardo. Sarà comunque una giustizia “a metà” perché l’imputato è da tempo un fantasma.

L’IMPUTATO FANTASMA. Dopo lo schianto mortale, avvenuto la sera del 19 dicembre 2017 quando la sua auto finì su un platano in via Vittorio Veneto, venne ricoverato in ospedale. Ma poi trovò il modo di andarsene. Forse è in Brasile a curarsi, come aveva detto qualche tempo fa ai carabinieri che lo cercavano. Quel che è certo è che guidava ubriaco con un’alcolemia che sfiorava i 3 grammi di alcol per litro di sangue (2,89 per l’esattezza) e non venne arrestato. Certo dopo ieri mattina, quando è stato rinviato a giudizio per l’udienza del 4 luglio, rischia un minimo di 8 anni di reclusione. Ma la pena resterà comunque sulla carta, perché probabilmente lui non farà mai più ritorno in Italia.

LA FAMIGLIA. Ieri in Tribunale a Belluno, giorno dell’udienza di fronte al gup Enrica Marson era presente la sorella di Barbara, accompagnata dai referenti di Giesse risarcimenti, la società bellunese di risarcimento danni e responsabilità civile che affianca la famiglia nella vicenda. A rappresentarli in aula l’avvocato Nives Zanon, che però ha rinunciato alla costituzione di parte civile. Resteranno fuori dal processo, perché è già in corso una causa civile a Milano contro l’assicurazione. Ma sicuramente non mancheranno di seguire tutte le udienze, perché papà e sorella sperano che venga fatta giustizia per la loro congiunta.

LA DIFESA. L’imputato ovviamente non c’era, ma era rappresentato dagli avvocati Ferruccio e Davide Rovelli. Proprio il mandato fiduciario formato da Evandro Gonsalves Galhardo, dopo l’incidente, consente di celebrare il processo. In caso contrario anche l’udienza di ieri sarebbe stata rinviata per irreperibilità dell’imputato. I difensori hanno puntato sul guasto tecnico della Fiat Uno che conduceva il brasiliano la notte della tragedia. Per questo hanno chiesto al gup Enrica Marson il non doversi procedere. Contro questa ipotesi c’è però la consulenza tecnica disposta dal pm che dice testualmente che «non sono emerse anomalie della Fiat Uno». La vettura era stata vista dai testimoni procedere a zig zag e la velocità ricostruita dal tecnico è di 60 chilometri orari (superiore a quanto consentito in quel tratto). In quella vettura condotta dall’amico ubriaco fradicio c’era Barbara, che era senza cinture e non ha avuto scampo.

Leggi l’articolo del 15 marzo 2019 sul sito de Il Gazzettino di Belluno

Il brasiliano Gonsalves rinviato a giudizio per omicidio stradale

L’uomo va a processo per la morte di Barbara Durastante. Ieri il gip ha fissato l’apertura del procedimento per il 4 luglio

Dopo la causa civile promossa al tribunale di Milano per il risarcimento danni, la tragica vicenda della morte della quarantaduenne Barbara Durastante si sposta sul fronte penale con il rinvio a giudizio di Evandro Galhardo Gonsalves deciso dal gip Marson al termine dell’udienza preliminare di ieri.  Il brasiliano che la sera di domenica 17 dicembre 2017 era al volante della macchina che si è schiantata contro un albero in via Vittorio Veneto, andrà a processo per omicidio stradale. Il procedimento nell’aula del tribunale di Belluno si aprirà il 4 luglio.

Quella sera Gonsalves stava guidando in stato di ebbrezza, come ha certificato il referto dell’ospedale riscontrando un tasso alcolemico di 2,89 grammi per litro di sangue a fronte del limite consentito di 0,5. Dagli accertamenti emerge inoltre che la macchina stava procedendo a velocità superiore al limite di 50 chilometri all’ora consentito in quel tratto di strada (sembra a 60 all’ora).

La donna – assunta da poco in un’ottica di Lozzo – era seduta a fianco del guidatore, sulla Fiat Uno di Gonsalves che è finita contro un platano. Un impatto talmente forte da sradicare la portiera sul lato passeggero. Dopo aver girato più volte su sé stessa, l’auto si è fermata di traverso sulla carreggiata. Il conducente è rimasto ferito, per lei non c’è stato nulla da fare. Sul tronco c’è ancora una sua fotografia.

Verso le 21 di quel 17 dicembre, la Fiat Uno a bordo della quale stavano viaggiando i due si stava dirigendo verso Ponte nelle Alpi, partita all’altezza del bar Belluno, in fondo a via Simon da Cusighe. Avevano da poco superato il centro commerciale Millennium quando la macchina è uscita autonomamente di strada, andando a sbattere contro l’albero davanti al negozio Original Marines dopo aver abbattuto i cartelli stradali che si trovavano a destra, a poca distanza dal semaforo a chiamata delle strisce pedonali.

Attualmente, il sudamericano indagato per omicidio stradale risulta irreperibile, probabilmente è tornato in Brasile, per cui a meno di sorprese sarà difficile vederlo al processo. L’imputato è difeso dallo studio legale Rovelli (con i fratelli Ferruccio e Davide) e a quanto pare, dopo l’incidente, si sarebbe giustificato parlando di un guasto all’auto, che dall’analisi del mezzo incidentato in officina non ci sarebbe stato. Non sono emerse infatti anomalie meccaniche. Sarà comunque il processo a fare chiarezza.

I familiari sono seguiti dalla società Giesse sinistri, ma in rappresentanza dei Durastante ci sarà anche l’avvocato Nives Zanon. La costituzione di parte civile non ci potrà essere, dal momento che è in piedi la causa civile a Milano per un risarcimento danni non ancora precisato, all’assicurazione del brasiliano Evandro Galhardo Gonsalves.

Leggi l’articolo del 15 marzo 2019 sul sito de Il Corriere delle Alpi di Belluno

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