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Tabelle sì, tabelle no: rischi e benefìci della liquidazione equitativa

Tabelle sì, tabelle no: rischi e benefìci della liquidazione equitativa

Un’approfondita analisi sui pro e contro delle tabelle per il risarcimento dei danni, alla luce dei nuovi parametri proposti dal Tribunale di Milano. Quali i rischi e benefìci della liquidazione equitativa? Risponde il dott. Marco Rossetti, Magistrato e Consigliere della III Sezione Civile della Corte di Cassazione

Uno strumento di cui non sapremmo fare a meno.

Sin dal loro primo apparire vent’anni fa, le c.d. “tabelle milanesi” furono un autentico successo. Misero ordine in un settore (la liquidazione del danno alla persona) nel quale regnava, più che disordine, anarchia.

Taluni uffici giudiziari, infatti, liquidavano tale danno col criterio “genovese” (il triplo della pensione sociale); altri col criterio “pisano” (un criterio “a punto” nel quale però il valore del punto non variava secondo una funzione matematica precisa); altri il criterio “equitativo puro” (che era un modo elegante per dire che facevano un po’ come meglio aggradava loro: il che, si badi, non è affatto indice di iniquità, se il giudicante ha testa e cuore).

La tabella milanese fu l’uovo di Colombo, perché coniugava la flessibilità del sistema pisano (il criterio di liquidazione “a punto”, ovvero tot euro per ogni punto di invalidità permanente), con la prevedibilità del sistema genovese (il valore del punto nella tabella milanese era predeterminato ex ante, e non rimesso alla valutazione solipsistica del giudicante, come nel sistema pisano).

Si discusse a lungo, in quegli anni, se fosse consentito al giudice non solo predeterminare i criteri di liquidazione del danno alla persona, ma addirittura annunciarli coram populo: non mancò nemmeno chi ritenne che ciò costituiva una inammissibile anticipazione del giudizio.

La Corte di cassazione, tuttavia, percepì ben presto l’utilità delle tabelle, e ritenne il criterio “milanese” valido ed utile per molte ragioni: evita disparità di trattamento, dà un contenuto oggettivo al giudizio di equità, consente la prevedibilità delle decisioni giudiziarie: purché, naturalmente, si tratti di un “vero” criterio del punto variabile, cioè fondato su una precisa funzione matematica di crescita del valore del punto, il quale a sua volta sia stato ricavato dalla media dei precedenti giudiziari.

Rischi e benefìci della liquidazione equitativa: pur affermando l’utilizzabilità del criterio a punto e la validità delle “tabelle” elaborate dai vari uffici giudiziari, la Corte di legittimità ha però aggiunto alcune importanti precisazioni, quasi delle “istruzioni per l’uso”.

In primo luogo, l’uso del metodo a punto non può mai servire a sollevare il giudice da due precisi munera: da un lato, adeguare in ogni caso il risarcimento al caso concreto, senza limitarsi a convertire automaticamente in denaro il grado di invalidità permanente fornito dal c.t.u.; dall’altro, fornire adeguata motivazione della liquidazione operata, indicando i fattori che hanno consigliato nel caso di specie la misura ed il tipo di personalizzazione del risarcimento.

Ciò vuol dire che, anche quando la liquidazione del danno biologico avviene col criterio del punto variabile, essa resta concettualmente divisa in due fasi:

(a) una prima fase di scelta ed applicazione del parametro standard, cioè quello uguale per tutti a parità di postumi;

(b) una seconda fase di personalizzazione del risarcimento, vale a dire di adeguamento della somma risultante dall’applicazione del parametro standard al caso concreto (con maggiorazioni o riduzioni).

Quando il giudice adotta il criterio del punto variabile, egli è di fatto sollevato dall’onere di motivare tale scelta, con riferimento alla prima fase della liquidazione. Basterà, al riguardo la mera indicazione che il parametro standard sia stato desunto dalla tabella uniforme adottata dall’ufficio giudiziario, e ricavata dalla media dei precedenti. L’obbligo di motivazione permane invece con riferimento alla seconda fase (concettuale) della liquidazione, cioè la personalizzazione del risarcimento: in questo permane per il giudice l’obbligo di motivare sull’an e sul quomodo abbia ritenuto di adattare i valori della tabella al caso concreto.

Un po’ troppo?

Da quei giorni lontani sono ormai passati vent’anni, e le tabelle milanesi sono state più volte modificate.

Da ultimo, l’8 marzo del 2018 il presidente del Tribunale di Milano, con propria nota ufficiale, ha diramato le tabelle messe a punto dall’Osservatorio per la giustizia civile costituito presso il medesimo Tribunale, ed avente ad oggetto il risarcimento di una nutrita serie di danni non patrimoniali.

Le tabelle per la liquidazione del danno alla salute e quelle per la liquidazione del danno non patrimoniale derivante dalla uccisione di un prossimo congiunto non costituivano certo una novità: le prime tabelle in tal senso diramate dal Tribunale di Milano risalgono addirittura al 1995.

Costituiscono, invece, una novità le nuove Tabelle orientative per la liquidazione del danno alla salute nel caso di premorienza della vittima; quelle per la liquidazione del danno cosiddetto “terminale” o da lucida agonia che dir si voglia; quelle per la liquidazione del danno da diffamazione a mezzo stampa o da lite temeraria, ex articolo 96 c.p.c.

La redazione delle suddette tabelle costituisce un’opera meritoria sotto più aspetti: sia per il poderoso sforzo teorico da cui sono sottese; sia per l’impegno in esse profuso; sia, soprattutto, perché esse costituiscono un valido strumento per ottenere plurimi risultati di equità: garantire la parità di trattamento tra i casi simili; consentire la prevedibilità degli esiti delle liti giudiziarie; favorire, di conseguenza, accordi transattivi e la deflazione del contenzioso.

Nondimeno, occorre avere sempre ben presente che le suddette tabelle sono uno strumento delicato che va maneggiato con cura. Un uso distorto di esse, infatti, potrebbe produrre effetti collaterali perniciosi, ed annullare tutti i benefici sopra descritti.

Dal punto di vista concettuale, il rischio più evidente di qualsiasi predeterminazione astratta dei criteri che il giudice adopera per la liquidazione del pregiudizio non patrimoniale è rappresentato dal pericolo che litiganti e giudici malaccorti od assuefatti finiscano per considerare le “tabelle” come una specie di mantra incontestabile, affidandosi ciecamente ad esse e trascurando di accertare ed apprezzare le singole specificità del caso concreto.

Quello appena ricordato, tuttavia, è un problema di così poderoso impatto teorico che non può essere approfonditamente esaminato in questa sede. Mi limiterò dunque a ricordare, al riguardo, che esso investe la secolare questione del rapporto tra efficienza e garanzia. Norme minuziose aumentano l’efficienza del sistema, ma riducono la garanzia per le vittime di fatti illeciti, in quanto finiscono per assimilare il risarcimento ad un indennizzo.

All’opposto, criteri di liquidazione espressi in termini generali aumentano la garanzia, perché consentono al giudice di scegliere il risarcimento ritenuto più adeguato senza essere vincolato da paletti di sorta, ma diminuiscono in misura proporzionalmente inversa l’efficienza del sistema, impedendo alle parti qualsiasi seria previsione sull’esito della lite.

Non potendo dunque affrontare in questa sede un così formidabile problema teorico, mi limiterò a segnalare come appaiano meritevoli di attenzione alcuni aspetti tecnico-applicativi delle nuove Tabelle, che mi permetto di sottoporre all’attenzione del lettore sotto forma di “problemi”.

Primo problema: il danno morale.

La tabella di risarcimento del danno alla salute per il 2018 conferma l’impostazione adottata dal Tribunale di Milano fin dal 2009, ovvero la previsione di un valore monetario per ogni singolo punto di invalidità che tenga conto non solo dell’incidenza dei postumi sulle attività quotidiane, ma anche della loro “presumibile” incidenza in termini di sofferenza morale.

E il problema sta tutto nel “presumibile”.

Che i moti dell’animo spiacevoli (dolore morale, tristezza, vergogna, senso di impotenza, di tesi, eccetera), se derivante da un fatto illecito, costituiscano un danno risarcibile, non è mai stato dubitabile.

Nemmeno è stato mai dubitabile che tali sensazioni spiacevoli possano discendere da una lesione della salute.

Quel che, invece, è seriamente dubitabile, è che le suddette sensazioni possano essere monetizzate secondo una previsione generale ed astratta, ed in funzione unicamente del grado di invalidità permanente.

Non mi è possibile, purtroppo, in questa sede ripercorrere l’enorme dibattito giurisprudenziale e dottrinario su questo punto, ma credo di non andare lontano dal vero provando a sintetizzarlo così: vi fu già un tempo in cui la sofferenza morale non veniva affatto accertata in concreto, sia pure attraverso il ricorso a presunzioni, ma veniva puramente ipotizzata: era l’epoca in cui si liquidava separatamente il danno biologico dal danno morale, e quest’ultimo veniva quantificato immancabilmente in una frazione del primo, in totale assenza di ogni allegazione e di ogni prova.

È altresì noto che questa prassi alquanto trascurata venne aspramente censurata dalla Corte di cassazione a sezioni unite, con la nota sentenza 11 novembre 2008 n. 26972.

Una sentenza della quale sono state date 1000 letture e 1000 interpretazioni, ma il cui nucleo essenziale, su questo punto, stava in ciò: che la sofferenza morale è certamente un danno risarcibile, ma come tutti i danni risarcibili non può essere immaginato; quando si tratta di liquidarlo deve essere dapprima allegato, ed in secondo luogo provato.

Detto in altri termini, il noto intervento delle Sezioni Unite del 2008 appena ricordato volle richiamare la giurisprudenza di merito a fuggire da ogni automatismo nella liquidazione del danno non patrimoniale rappresentato dalla sofferenza morale.

A me parrebbe dunque che una tabella la quale prevedesse, per ogni grado di invalidità permanente, un corrispondente aumento per tenere conto della sofferenza morale, sostanzialmente tradisca il principio affermato dalle Sezioni Unite.

Quelle, infatti, stabilirono che il danno biologico si liquida col criterio a punto, e della sofferenza morale si tiene conto secondo le specificità del caso.

Le tabelle milanesi, invece, finiscono nella sostanza per adottare un criterio “a punto” per la liquidazione tanto del danno alla salute, quanto della sofferenza morale.

E tuttavia, mentre la stima del danno permanente alla salute può essere predeterminata con criteri oggettivi, perché ha una base medico legale e può essere accertata con i criteri stabiliti dalla medicina legale, non altrettanto può dirsi per l’accertamento della stima del danno consistente nella sofferenza morale.

Il sentimento di vergogna derivante da uno sfregio permanente del viso avrà diversa intensità per lo storico o per l’epicureo; la disistima di sé derivante dalla perdita della capacità di lavoro avrà intensità diversa per colui che è vanitoso, rispetto a colui che è umile.

Insomma, a me parrebbe che, mentre per il danno biologico è scientificamente possibile e giuridicamente auspicabile la predeterminazione di criteri standard per la stima del risarcimento, per le sofferenze cosiddette morali derivanti da qualunque fatto illecito, nessuna predeterminazione sia possibile, essendo esse troppo strettamente legate alle caratteristiche della vittima, alle modalità del fatto illecito, al contesto sociale, emotivo e familiare di chi abbia patito la lesione.

Per contro, stabilire che un danno alla salute di un certo tipo debba immancabilmente provocare un incremento del risarcimento in una certa misura prestabilita, per tenere conto delle “presunte” sofferenze morali, significa né più né meno che tornare a quell’automatismo risarcitorio invalso fino al 2008, e che fu così aspramente – e giustamente – censurato dalle Sezioni Unite della Corte di cassazione.

L’ “automatismo tabellare” qui contestato, infatti, è fonte di un atteggiamento che induce le parti ed il giudicante alla pigrizia concettuale, dal momento che le prime non hanno bisogno di nulla allegare e provare, e il secondo non ha bisogno di nulla accertare in giudizio,.

Rischi e benefìci della liquidazione equitativa: il problema del fatto doloso.

Nel documento che accompagna le tabelle di cui si discorre si precisa (al paragrafo primo) che i valori indicati dalle tabelle devono intendersi riferiti ai fatti illeciti consistiti in condotte colpose. Se, invece, il fatto illecito è stato commesso con dolo, secondo l’osservatorio il risarcimento deve essere aumentato rispetto a quanto risultante dalle tabelle medesime.

Ora, su questa questione io credo che bisogna intendersi molto bene. La circostanza che un fatto illecito sia stato commesso con dolo può, in teoria, determinare un innalzamento del quantum debeatur in un solo caso: quando l’elemento soggettivo dell’illecito abbia acuito le sofferenze della vittima. È infatti di intuitiva percezione che altra è la sofferenza di quegli che si vede investire da un automobilista disattento, ben altra è quella di chi si vede accoltellare da un partner ossessivamente geloso, e serberà nel ricordo per anni, con sgomento, l’immagine dell’offensore che brandisce l’arma.

Ma la rilevanza del dolo si ferma qui: essa è, cioè, indiretta e mediata. In tanto il dolo dell’offensore può incidere sul risarcimento, in quanto abbia previamente inciso sul grado di sofferenza della vittima. Per contro, pretendere di aumentare il risarcimento del danno quando il fatto illecito sia stato commesso con dolo, a prescindere da qualunque incidenza che tale elemento soggettivo abbia avuto sulle condizioni psicologiche della vittima, significa, né più né meno, attribuire al risarcimento una funzione sanzionatoria punitiva che non ha, e che non può avere al di fuori dei casi espressamente previsti dalla legge. E tra questi casi non rientra certo il risarcimento del danno da illecito aquiliano.

E forse non sarà superfluo qui ricordare che, con sentenza Sez. U – , Sentenza n. 16601 del 05/07/2017 (credo di poter dire, per quanto a me è dato constatare, non da tutti i commentatori rettamente intesa), le Sezioni Unite della Corte di cassazione hanno espressamente affermato che nel nostro ordinamento non esistono danni punitivi, e la circostanza che a determinate condizioni possa essere data esecuzione in Italia alla sentenza straniera che li preveda, non costituisce e non può costituire pretesto per allargare od aumentare l’area dei danni risarcibili.

Rischi e benefìci della liquidazione equitativa: il problema del danno da morte.

Anche per il 2018 il Tribunale di Milano ha diffuso la tabella per il risarcimento del danno non patrimoniale da uccisione di un prossimo congiunto. Molto opportunamente il Tribunale ha previsto una misura standard del risarcimento; ha precisato che la tabella deve considerarsi solo orientativa, e che l’aumento fino al limite massimo consentito solo in presenza di specifiche ed eccezionali circostanze, che devono essere allegate e provate da chi la invoca; ha recepito la giurisprudenza più recente di legittimità la quale, dopo qualche sbandamento negli anni passati, ha espressamente ammesso che il risarcimento del danno da uccisione di un prossimo congiunto non presuppone affatto la convivenza fra la vittima e il superstite, e può essere accordato anche a parenti estranei alla famiglia nucleare, a condizione che essi deducano e dimostrino l’esistenza di un solido profondo legame affettivo con la vittima.

Molto opportunamente, poi, nel documento che accompagna le tabelle si richiama il giudicante all’obbligo di motivare con precisione e accuratezza, e non col ricorso a mere clausole di stile, la propria decisione in merito alla stima del danno di cui si discorre.

Credo, infatti, che costituisca esperienza comune la constatazione che, in una percentuale di casi ancora troppo elevata, il giudice di merito liquidi il danno non patrimoniale da uccisione di un prossimo congiunto con formule stereotipe e prive di ogni contenuto tentativo, del tipo “tenuto conto di tutte le specificità del caso concreto si reputa equo liquidare eccetera”.

Credo tuttavia che la tabella per la liquidazione del danno non patrimoniale da morte diffusa dall’osservatorio per l’anno 2018 mutui, dalle tabelle precedenti, il peccato originale di quelle: e cioè la previsione di una forbice estremamente ampia tra la soglia minima e la soglia massima del risarcimento.

Una forbice così ampia, in assenza di qualsiasi criterio matematico o logico per la gradazione del risarcimento, non voglio dire che escluda l’utilità della tabella sul piano della prevenzione delle liti, ma almeno la riduce di molto: si può infatti star certi che, in caso di contrasto, il creditore (il danneggiato) sarà sempre pronto a sostenere che nel caso specifico gli spetti la somma massima prevista dalla tabella; mentre il debitore sarà sempre pronto a replicare che le particolarità del caso specifico giustificano invece una liquidazione pari alla misura minima della tabella.

È mia ferma convinzione che, per avere davvero un’efficacia preventive di deflazione del contenzioso, anche le tabelle per la liquidazione del danno non patrimoniale da morte dovrebbero fondarsi su un criterio “a punto”, analogo a quello adottato per la liquidazione del danno alla salute.

Rilevo inoltre che, anche quest’anno, le tabelle del Tribunale di Milano per la liquidazione del danno non patrimoniale da morte continuano a trascurare il primo e, forse, più importante elemento di cui tenere conto nella stima del danno in esame: e cioè l’età della vittima e l’età del superstite.

Vanamente, infatti, in quella tabella, si cercherebbe un criterio matematico in grado di differenziare la posizione del settantenne che perda la madre novantenne, rispetto a quella della giovane donna ventenne che perda un bimbo di due anni.

Rischi e benefìci della liquidazione equitativa: il problema del danno da premorienza e del danno terminale.

La tabella, con lodevole innovazione, per l’anno 2018 detta dei criteri matematici per la liquidazione del danno biologico permanente, nel caso in cui la vittima muoia, per cause diverse dalle lesioni, dopo il consolidamento dei postumi ma prima del raggiungimento della durata media della vita secondo le tavole di mortalità.

Tale criterio si fonda sull’assunto che in caso di premorienza della vittima l’intensità del danno è più intensa nei primi anni in cui lo si dovette sopportare, e meno intensa negli anni successivi.

Premesso che ogni contributo teorico non può che essere accolto benevolmente, per l’arricchimento culturale che esso arreca, a me tuttavia parrebbe che di un criterio ad hoc per la stima del danno biologico permanente in caso di premorienza non vi fosse molto bisogno.

L’argomento secondo cui nel caso in esame il danno alla salute sarebbe più intenso nei primi anni, e meno intenso in quelli successivi, è un argomento che prova troppo: esso, infatti, dovrebbe valere non solo nel caso in cui la vittima muoia ante tempus, ma dovrebbe addirittura valere per tutti coloro che abbiano patito un danno permanente alla salute. E’, infatti, noto che lo spirito umano si abitua a tutto, ed ogni peso diventa più leggero per diuturna sopportazione.

Non mi permetterò dunque di censurare in astratto e a livello teorico la scelta di predisporre una tabella anche per la stima del danno biologico nel caso di premorienza, ma mi permetto tuttavia di osservare che se si adotta questo criterio per l’ipotesi di morte ante tempo della vittima, il risarcimento del danno biologico permanente dovrebbe essere aumentato i primi anni, e diminuito gli ultimi, anche nel caso in cui venga sofferto da una persona ancora in vita al momento della liquidazione.

 

Dott. Marco Rossetti

Magistrato, Consigliere della III Sez. Civ. Corte di Cassazione

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