Responsabilità penale del medico: l’incertezza salvifica delle linee guida

Responsabilità penale del medico: l’incertezza salvifica delle linee guida

Il pedissequo rispetto delle linee guida è davvero sempre sufficiente per evitare al sanitario una condanna penale?


Il contributo dell’avv. Chiara Tartari del Foro di Treviso


La vicenda processuale.

La sentenza in commento riguarda un medico ginecologo in servizio presso una struttura pubblica ospedaliera a cui una donna, in stato di gravidanza avanzata (30esima settimana ecografica), la mattina del 7 aprile 2015 si era rivolta a seguito di abbondanti perdite seguite da dolori pelvici.

Il ginecologo sottoponeva la paziente ad esame ispettivo con speculum, esame del Prom Test ed ecografica. Sebbene l’esito del tracciato ecografico non fosse rassicurante, una volta eseguiti gli esami di routine, il medico dimetteva la paziente, la quale, tre giorni dopo, si recava d’urgenza presso il medesimo nosocomio, dove il feto nasceva morto dopo essere deceduto in utero.

In primo grado, il Tribunale condannava il medico per il reato ascrittogli, ritenendo che il trattenimento prudenziale della paziente in ambiente ospedaliero, a seguito delle abbondanti perdite che l’avevano indotta a recarsi in ospedale e soprattutto delle anomalie riscontrabili nel tracciato cardiotocografico (di cui l’imputato forniva una lettura errata), avrebbe consentito ai sanitari di verificare la rottura del sacco amniotico – verificatasi nei giorni immediatamente successivi alla prima visita – in ambiente protetto: ciò che avrebbe ridotto a zero il rischio di morte del feto per prolasso del funicolo.

Avverso la sentenza di condanna, ha proposto appello il medico. La Corte d’Appello, accogliendo i motivi d’impugnazione proposti dall’imputato, ribalta integralmente la sentenza di primo grado, assolvendo il medico dal reato ascrittogli perché il fatto non sussiste. Secondo la Corte, l’imputato aveva rispettato le linee guida nel trattamento della paziente e quindi nessuna penale responsabilità era a lui ascrivibile per la morte del feto.

La gestazione aveva avuto un corso regolare e il ginecologo aveva eseguito gli accertamenti necessari, ovvero: l’esame ispettivo con lo speculum (che non diede alcun esito particolare), l’osservazione diretta se vi fosse fuoriuscita del liquido dal canale cervicale; il Prom Test per verificare la presenza di liquido amniotico in vagina, con esito negativo; l’ecografia ed il tracciato cardiotocografico, il tutto con esito negativo.

La Corte di merito, pur interrogandosi sulla possibile opportunità di tenere in osservazione la paziente, ne esclude la eventuale rilevanza causale sull’evento, ritenendo che ciò non potesse comportare di per sè la condanna del ginecologo.

Avverso la sentenza di secondo grado proponevano ricorso in Cassazione le parti civili costituite, ravvisando plurimi vizi di motivazione della sentenza gravata, tra cui l’errata esclusione del nesso causale tra la condotta del medico e l’evento.

In particolare, secondo i ricorrenti, la Corte territoriale avrebbe dovuto chiedersi che cosa sarebbe successo, secondo un giudizio di elevata probabilità logica e considerando le peculiarità del caso concreto, se la condotta doverosa richiesta all’imputato fosse stata regolarmente tenuta, tenendo conto che il prolasso del funicolo, così come la rottura delle membrane, che si verifichino in ambiente ospedaliero, hanno una mortalità pari a zero; inoltre, per i ricorrenti, la formale osservanza delle linee guida non esonerava comunque il sanitario dalla valutazione della situazione nel caso specifico, in base alle caratterizzazioni concrete dello stesso.

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