Infortunio sul lavoro: 4 anni e 5 mesi all’imprenditore boschivo

Infortunio sul lavoro: 4 anni e 5 mesi all’imprenditore boschivo

Giesse Risarcimento Danni segue il risarcimento per infortunio sul lavoro a Trento. 

La maxi condanna a 4 anni e 5 mesi di reclusione per il responsabile dell’infortunio sul lavoro a Trento viene riportata sui quotidiani “Il Gazzettino” e “Il Corriere delle Alpi“.

Giesse Risarcimento Danni, gruppo specializzato in risarcimento a seguito di infortuni sul lavoro, ha assistito la famiglia fin da subito per accertare l’esatta dinamica dell’incidente. Il tribunale di Trento ha confermato le responsabilità dell’imputato e l’ha condannato a oltre 4 anni di carcere.

Grazie ai professionisti di Giesse, la sorella della vittima è riuscita ad ottenere una provvisionale immediatamente esecutiva di 110mila euro per l’infortunio sul lavoro a Trento.

Morte sul lavoro e depistaggio: stangato

Il giudice ha negato le attenuanti all’impresario boschivo. Riccardo Sorarù, di Rocca, condannato ieri a 4 anni e 5 mesi

Spostò il cadavere dopo l’incidente e raccontò ai soccorsi di averlo trovato in mezzo al bosco. Il Tribunale di Trento ha confermato la dinamica emersa durante le indagini e ha condannato a 4 anni e 5 mesi di reclusione Riccardo Sorarù.

Il 44enne, residente nell’Agordino, è stato dichiarato responsabile per la morte di Vitali Mardari, il giovane di origine moldava residente a Santa Giustina che perse la vita il 19 novembre 2018 durante i lavori boschivi in Val delle Moneghe a Sagron Mis (Trento).

Sorarù è anche interdetto dai pubblici uffici per 5 anni e dovrà risarcire la parte offesa, la sorella Ludmila assistita da Giesse Risarcimento Danni, con una provvisionale immediatamente esecutiva di 110.000 euro, oltre alle spese di costituzione liquidate in 8mila euro.

Erano trascorse poche settimane dal disastro di Vaia e Vitali Mardari, tramite amici in comune, aveva contattato Riccardo Sorarù per poter guadagnare qualcosa tramite alcuni lavori nei boschi di Val delle Moneghe. Con lui c’erano altri due lavoratori, Simone Platè e Stefan Gabrile Lazar, tutti in nero.

Il gruppetto, formato da quattro persone, si era messo subito lavoro e stava per tirare un lungo cavo d’acciaio che avrebbe dovuto fungere da teleferica per il trasporto del legname.

All’improvviso però, a causa di un errato calcolo delle forze necessarie per quell’attività e per l’utilizzo di un mezzo non idoneo per tendere la corda metallica (ossia un escavatore), questa si era spezzata e aveva colpito violentemente Mardari catapultandolo a una ventina di metri di distanza dal luogo dell’incidente.

Il 28enne era morto sul colpo per trauma cranico. Invece di prestare immediato soccorso al giovane, i tre boscaioli avevano raccolto e trasportato il corpo di Mardari vicino al ciglio della strada, coprendolo anche con dei pezzi di legna. Sorarù chiamò una guardia boschiva raccontando di aver trovato un uomo a terra durante un’escursione ma di non sapere chi fosse.

Immediati ma vani i soccorsi.  I medici, tuttavia, ipotizzarono fin da subito un’incongruenza tra le ferite riportate da Mardari e il luogo del ritrovamento. Le indagini dei carabinieri coordinati dal pubblico ministero Giovanni Benelli, insieme alle testimonianze di chi era presente e dei parenti, hanno consentito di ricostruire quanto accaduto nelle ore precedenti al fatto facendo emergere l’esatta dinamica della tragedia.

I tre lavoratori, nei boschi di Val delle Moneghe insieme a Sorarù, erano tutti senza regolare contratto e non avevano ricevuto formazione specifica, né tanto meno dispositivi di protezione individuale. Di conseguenza, non erano impiegabili in lavori ad alto rischio come quelli boschivi.

Il giudice del Tribunale di Trento, a fronte dell’agghiacciante ricostruzione di quanto accaduto, non ha voluto concedere all’imputato nessuna attenuante e l’ha condannato a quasi 4 anni e mezzo di reclusione.

La sorella, presente in aula, è scoppiata in un pianto liberatorio ma non ha voluto commentare la sentenza: «In questo momento- ha detto ieri al telefono – non me la sento di dire nulla». La provvisionale stabilita dal tribunale è di oltre 100mila euro.

«Si tratta di un caso gravissimo – hanno evidenziato Claudio Dal Borgo ed Alain Menel di Giesse Belluno, riferendosi alla tragedia – accaduto per la più totale noncuranza di qualsiasi norma di sicurezza sul lavoro. A ciò si aggiunge quanto successo immediatamente dopo l’incidente, con il corpo del povero Vitali preso come un sacco di immondizia e barbaramente allontanato, fatto che ha contribuito a far sprofondare la famiglia in un dolore ancor più profondo».

Articolo de “Il Gazzettino

Morì sul lavoro, 4 anni e 5 mesi al titolare

Il boscaiolo senza contratto Vitali Mardari perse la vita colpito da una teleferica, condannato imprenditore di Rocca Pietore

Il boscaiolo morì in un bosco del Primiero, colpito dalla teleferica. L’impresario boschivo Riccardo Sorarù di Rocca Pietore è stato condannato a quattro anni e cinque mesi per l’omicidio colposo di Vitali Mardari, aggravato dalla mancata osservanza delle norme sulla sicurezza nel lavoro. Il Tribunale di Trento non gli ha concesso nemmeno le attenuanti generiche.

Quanto al risarcimento danni, l’assicurazione per ora non ha versato nemmeno un euro ai familiari, del resto durante l’istruttoria del processo è emerso che il 28enne moldavo trapiantato a Santa Giustina non aveva alcun rapporto ufficiale con Soraru e la mattina del 19 novembre di tre anni fa si era presentato al posto del cognato.

Sorarù era stato indagato anche per depistaggio, perché i carabinieri di Cavalese avevano ipotizzato che avesse spostato e ricoperto di rami il corpo senza vita del lavoratore ma questa accusa non ha retto.

La sorella Ludmila che è affidata a Giesse Risarcimento Danni è scoppiata in un pianto liberatorio alla lettura della sentenza dopo un processo nel quale aveva dovuto rivivere diverse volte i momenti tragici dalla morte di Vitali.

Secondo i difensori dell’imputato Frapiccini e Valenti c’era spazio per una sentenza di assoluzione proprio sulla scorta del fatto che non c’era un rapporto tra datore di lavoro e dipendente ma il giudice l’ha vista in maniera completamente diversa.

Erano passate poche settimane dalla devastante tempesta Vaia quando Vitali Mardari si è accordato con Sorarù per aiutarlo in alcuni lavori nei boschi di Val delle Moneghe. Il contatto era avvenuto tramite alcuni conoscenti comuni. C’erano altri due ragazzi nelle stesse condizioni del cittadino moldavo.

Erano in quattro a tirare un lungo cavo di acciaio che avrebbe dovuto funzionare da teleferica per il trasporto della legna. Hanno stranamente usato un escavatore per fare questa operazione e la corda si è improvvisamente spezzata, colpendo Mardari, catapultandolo a un a ventina di metri di distanza e uccidendolo.

Dopo i rilievi di legge, Sorarù è stato indagato per omicidio colposo e si è arrivati al processo. Il boscaiolo non era stato adeguatamente addestrato, tanto meno aveva partecipato ai corsi sulla sicurezza.

Fra l’altro il suo corpo sarebbe stato ritrovato in un luogo diverso da quello del decesso. Attesa per le motivazioni della sentenza sulla base delle quali sarà senz’altro presentato appello in maniera da cercare di ridurre la pena.

Articolo de “Il Corriere delle Alpi

Morte sul lavoro, condanna esemplare

Omicidio colposo: 4 anni e 5 mesi. Il giovane boscaiolo fu “nascosto”

Ludmila Mersari, sorella del boscaiolo morto nei boschi della val delle Moneghe il 19 novembre del 2018, dopo la lettura della sentenza si è lasciata andare ad un pianto liberatorio.

L’imprenditore bellunese che aveva ingaggiato in nero il giovane operaio moldavo per lavori forestali è stato condannato dal Tribunale di Trento a 4 anni e 5 mesi di reclusione per omicidio colposo.

Pena severa, senza il riconoscimento neppure delle attenuanti generiche. Pena che però è in linea con la gravità delle accuse contestate al 44enne bellunese Riccardo Sorarù.

Dopo il grave incidente, causato dal cedimento di un cordino in acciaio che serviva come teleferica per i tronchi, invece di precipitarsi a chiamare i soccorsi l’uomo perse tempo trascinando il corpo del ferito, a piedi e poi in auto, per circa 600 metri, fino alla strada dove il giovane di origini moldave venne coperto con due pezzi di legno.

Solo a questo punto l’odierno imputato chiamò i soccorsi dichiarando di non avere rapporti con la vittima. Il povero Vitali Mardari morì poco dopo, nonostante i tentativi di rianimazione di un vigile del fuoco e dipendente del Comune di Sagron Mis, primo ad arrivare sul posto con un defibrillatore.

La sorella di Vitali Mardari, assistita da Giesse Risarcimento Danni e costituita parte civile nel processo dall’avvocato Marco Mayr (il giudice le ha riconosciuto una provvisionale di 110 mila euro), si è sempre battuta perché la verità venisse a galla.

E grazie alle indagini condotte dei carabinieri e coordinate dal pm Giovanni Benelli la dinamica di quanto accadde nei boschi è stata ricostruita con chiarezza. Una dinamica agghiacciante perché forse il ragazzo avrebbe potuto salvarsi se i soccorsi fossero stati chiamati subito.

Erano trascorse poche settimane dal disastro di Vaia quando Vitali Mardari, tramite comuni conoscenti, si accordò con Sorarù per aiutarlo con un lavoro nei boschi di Sagron Mis. Tutto ciò senza un regolare contratto. Anzi con loro erano presenti altri due lavoratori, anch’essi “in nero”.

Il gruppo si mise al lavoro tra gli alberi schiantati, tirando un lungo cavo d’acciaio che avrebbe dovuto servire da teleferica per il trasporto del legname. All’improvviso, a causa dell’utilizzo di un mezzo non idoneo (un escavatore) per tendere la corda metallica, il cavo si spezzò, colpendo, come fosse una gigantesca frusta, il povero Mardari.

Il giovane finì catapultato a una ventina di metri di distanza. Sorarù, invece che prestare immediato soccorso all’infortunato, con l’aiuto degli altri due uomini trasportò il corpo di Mardari vicino al ciglio della strada e solo poi avvisò i soccorsi.

Mentre gli altri lavoratori “in nero” si erano dileguati, ma sono poi stati rintracciati dai carabinieri diventando tra i principali testimoni a sostegno dell’accusa. Sin dal primo giorno gli inquirenti capirono che il giovane boscaiolo era morto in circostanze non chiare.

Gli stessi sanitari accorsi sul posto ipotizzarono un’incongruenza tra le ferite riportate e il luogo del ritrovamento. Nelle settimane successive, grazie alle numerose testimonianze raccolte, hanno fatto luce su quanto accadde nel bosco.

È emerso così che i tre lavoratori ingaggiati per tagliare alberi in Val delle Moneghe erano tutti senza regolare contratto, privi di formazione specifica e di dispositivi di protezione individuale. Eppure pronti a spaccarsi la schiena per poche decine di euro al giorno.

«Si tratta di un caso gravissimo – sottolinea Maurizio Cibien, responsabile della sede Giesse di Trento – accaduto nella più totale noncuranza di qualsiasi norma di sicurezza sul lavoro. A ciò si aggiunge quanto successo immediatamente dopo l’incidente, con il corpo del povero Vitali preso come un sacco di immondizia, fatto che ha contribuito a far sprofondare la famiglia in un dolore ancor più grande».

A tre anni dalla tragedia le lacrime di Ludmila sono l’unica cosa umana di questa storia di lavoro e barbarie.

Articolo de L’Adige

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