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Errata diagnosi in ospedale, risarcimento danni Pordenone

Quotidiano Errata diagnosi ospedale Pordenone risarcimento danni

Il 25 giugno 2017 Il Messaggero Veneto pubblica un articolo sulla condanna di 3 diverse strutture sanitarie per la morte per malasanità di Liliana Belfi Caretta, ex sindaco di San Quirino.

I familiari si sono affidati a Giesse Risarcimento Danni, ottenendo il pieno risarcimento dei danni patiti.

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Risarcimento per errore medico: da ospedale, policlinico e Rsa di Roveredo 600 mila euro ai familiari

Il tribunale di Pordenone ha condannato al pagamento di un risarcimento complessivo di 600 mila euro l’ospedale Santa Maria degli Angeli di Pordenone, la Residenza sanitaria assistenziale di Roveredo in Piano – oggi entrambe accorpate all’Azienda sanitaria 5 del Friuli Occidentale – e la casa di cura San Giorgio di Pordenone per la morte di Liliana Belfi Caretta, ex sindaco di San Quirino, tra il 1988 e il 1997, e primo sindaco verde d’Italia.

La “sindachessa”, come in molti ancora la ricordano, morì per denutrizione all’ospedale cittadino nell’aprile 2011, all’età di 76 anni, dopo sei mesi di errata terapia da parte delle tre strutture sanitarie nelle quali in tempi diversi era stata ricoverata.

La sentenza. È questo quanto ha stabilito il giudice Francesco Petrucco Toffolo del foro di Pordenone, con sentenza  pubblicata lo scorso 16 giugno. Il giudice ha accolto le istanze delle figlie della defunta, Manuela e Bruna Caretta, e del nipote Manlio, che nel 2012 si erano affidati alla Giesse Risarcimento Danni di Portogruaro, gruppo specializzato in responsabilità civile e in casi di malasanità con 50 mila danni gestiti con successo, tra i quali anche noti casi di cronaca italiana e internazionale.

Nel 2014 i parenti dettero avvio alla causa civile. Al termine del processo di primo grado, il giudice ha accertato la «piena responsabilità delle tre Strutture» rispetto al progressivo degenerare delle condizioni di salute dell’anziana dovuto al mancato instaurarsi di un trattamento nutrizionale idoneo.

Il risarcimento. L’ospedale Santa Maria degli Angeli, la Rsa di Roveredo in Piano e la casa di Cura San Giorgio sono state condannate al pagamento, in via fra loro solidale, a un ammontare di 265 mila euro a favore di ciascuna delle due figlie – di cui 240 mila euro come danno morale riflesso da morte del congiunto e 25 mila euro da danno terminale a titolo ereditario – e di 70 mila euro al nipote come danno morale riflesso.

La storia. «Nel settembre 2010 – scrive la Giesse – la “sindachessa” venne ricoverata nel reparto di medicina interna del Santa Maria degli Angeli a causa di un infarto intestinale, con conseguente intervento di resezezione del tratto di intestino tenue. Seguirono una serie di ulteriori ricoveri durante i quali emersero elementi tipici della sindrome da malassorbimento intestinale, carenze nutrizionali e un drastico calo ponderale».

Liliana Belfi trascorse poi dei ricoveri anche alla San Giorgio e alla Rsa di Roveredo. «Malgrado le continue insistenze della figlia Manuela – prosegue la nota – che informandosi autonomamente era venuta a conoscenza della possibilità di far nutrire la mamma tramite nutrizione parenterale (direttamente per via venosa) i medici continuarono a prescrivere la classica nutrizione orale».

Tra le conclusioni della sentenza, il giudice ha rilevato che «le capacità digestive e assorbitive drasticamente ridotte nella paziente, oltre a un progressivo e inesorabile decadimento fisico, necessitavano di scelte terapeutiche che certo non potevano ridursi a un’alimentazione autonoma per via orale, in quanto assolutamente insufficiente per quantità».

I parenti. «Questa sentenza mi ha fatto riacquistare la fiducia nelle istituzioni che avevo perduto durante i sei mesi di disumana agonia patita da mia madre e, spiritualmente, da noi familiari» ha spiegato, commossa, la figlia Manuela raccontando della solitudine provata «nel richiedere un intervento curativo indicato alla patologia, nell’imbattersi continuamente nella mancanza di comunicazione tra reparti e tra ospedali». «Volevamo giustizia per mia madre – ha concluso – per noi e perché altri malati della stessa malattia non subissero la stessa sorte».

 

Leggi l’articolo completo sul sito de Il Messaggero Veneto

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