DENUNCIA IL TUO CASO

Bisogno di aiuto? Segnalaci il tuo caso e ricevi informazioni

Quello che rimane

Quello che rimane

Una chiaccherata con i familiari di Michele Scarponi.

Non ero mai stata a Filottrano, e sapendo che il motivo della mia visita era quello di andare ad incontrare i familiari di Michele Scarponi, non sono riuscita a guardare il paesaggio assaporandone i dettagli che solitamente avrei colto – guarda che bei prati, guarda che campi, guarda i casolari. L’unica cosa che riuscivo a notare erano le stradine erte, assolate e curvose, ed immaginarmi lì un ipotetico viaggio in bicicletta.

Michele Scarponi, nel caso in cui servissero presentazioni, era un talentuoso ciclista che sicuramente il segno lo ha lasciato nel mondo della bicicletta: professionista dal 2002, soprannominato L’Aquila di Filottrano per le sue caratteristiche di scalatore, vinse la Tirreno-Adriatico 2009 e il Giro d’Italia del 2011. Più recentemente, come gregario di Vincenzo Nibali nel team Astana, ha contribuito al successo di questi al Tour de France 2014 e al Giro d’Italia 2016.

Il mio viaggio avviene in macchina, per le stradine di cui sopra: ci fermiamo ad un certo punto in una curva da cui si intravede una sfumatura sull’erba che va dal giallo al verde, in una sequenza che non è facile decifrare: “vedi lì, dove ci sono tutti quei fiori? E’ lì che è morto Michele” mi dice il consulente di Giesse, che di nome fa Michele anche lui, e che mi sta accompagnando. “Erano le 8 di mattina, Michele si stava allenando. Doveva partire qualche giorno dopo. Poi l’impatto. E non c’è più stato nulla da fare”.

Non ho chiesto altro, anche perchè ciò che è successo è noto: una curva, uno stop non rispettato, l’impatto, la morte sul colpo.

Quando arriviamo a casa dei genitori di Michele tutto si svolge in maniera molto naturale. Il padre ci sta aspettando fuori dalla porta della loro casetta immersa nei colli anconetani: ci viene incontro, saluta con un abbraccio il consulente di Giesse. “Sono felice di vederti” gli dice. Ci fa strada per le scale che conducono al loro appartamento, dove troviamo la Signora Flavia che ci raggiunge sorridente e abbraccia pure me, anche se è la prima volta che mi vede. Questo mi fa capire che è un piacere per loro averci lì perché hanno apprezzato il lavoro svolto da Giesse.

“Vuoi sapere l’ultima cosa che mi ha detto Michele, quando l’ho accompagnato in aeroporto? Mi ha detto ‘Grazie mamma per tutto quello che avete fatto per me, io sono così perché voi siete così.’ Non riesco a togliermi dalla testa questa cosa.”

Resto spiazzata per la confidenza che questa donna mi sta consegnando; e la prendo come un dono, come di fatto è.

Michele rideva sempre. Chiedi anche qui in paese, nessuno c’è che gli voleva male, ma perché lui era proprio così: uno di cuore, uno che si fermava a scambiare due chiacchiere ed una risata con tutti. Era un personaggio pubblico, soprattutto negli ultimi anni, ma anche prima che succedesse questo non c’era persona in paese che non facesse il tifo per lui”.

Mi guardo attorno. Di fronte al divano in cui siamo seduti c’è una bicicletta che apparteneva a Michele, affianco alla bici ci sono coppe e trofei vinti da lui, accanto ancora un dipinto che lo rappresenta: lui che corre vestito d’azzurro con a fianco un’aquila, il suo simbolo.

La passione di Michele per la bicicletta è nata presto, ma anche spontaneamente, senza troppe pretese” ci racconta suo padre, il Signor Giacomo “Gli abbiamo regalato la sua prima bici per la prima comunione, una Bianchi. A 8 anni è entrato nella squadra di Jesi, a 17 era già nella Nazionale Azzurra.Gli occhi sono pieni di orgoglio, il sorriso e i gesti delle mani che accompagnano le sue parole sono colorati di grande umiltà e gentilezza. 

Parliamo circa un’ora e mezza; mi raccontano di quella volta in cui Michele da piccolo aveva bigiato la scuola, mi parlano del legame profondo che c’era tra lui e i suoi fratelli, di quanto fosse protettivo nei confronti della sorella in particolare. Spendono alcune parole e molti sorrisi nel raccontarmi di quanto i gemellini Tommaso e Giacomo, figli di Michele e della moglie Anna, somiglino al padre, ognuno dei due in maniera differente. Flavia e Giacomo sorridono tutto il tempo, tranne quando lei mi racconta del periodo buio che hanno trascorso subito dopo la morte di Michele. “Credevo di morire anch’io” mi dice Flavia. Giacomo si commuove. “Un giorno mi sono guardata allo specchio, avevo perso più di 10 kg in pochi giorni. I bambini continuavano a fare ad Anna e a noi domande sul padre, a chiederci dove fosse, quando sarebbe tornato, e mi sono detta: vai avanti Flavia, fallo per loro, fallo per Michele che è morto troppo presto ma che ha sempre amato la vita e che l’ha vissuta intensamente”. E da lì piano piano siamo ripartiti. Ma la nostra è una ferita che rimarrà per sempre aperta.

Giacomo mi racconta che tutto il mondo dello sport, non solo quello del ciclismo, è stato loro molto vicino, e lo è tuttora: non si sono dimenticati di Michele, e lo dimostrano facendo sentire ai suoi familiari la loro presenza.

E in effetti me lo conferma anche Anna, la moglie di Scarponi, che ho il piacere di incontrare nella casa che condivideva col marito e in cui ora vive con i gemellini. Quando è mancato Michele, ad esempio, l’Astana Pro Team, di cui fece parte anche Michele, ha invitato lei e i suoi bambini in Kazakistan, organizzando per loro grandi feste d’accoglienza che Anna ricorda con affetto e anche un po’ di incredulità.

Lei continua a frequentare gli ambienti del ciclismo e, quando può, segue alcune gare, portando con sé anche Giacomo e Tommaso: ci racconta che i bimbi hanno un’ammirazione molto forte per tutti quei “giganti in bicicletta” i quali, dal canto loro, ricambiano l’entusiasmo dei piccoli con gesti d’affetto e molte attenzioni, proprio come si fa in una grande famiglia quando l’affetto è sincero.

Anna è una donna forte che pensa che il lutto vada affrontato di pancia, senza lasciarsi andare alla disperazione, soprattutto per i bimbi, per dare loro una parvenza di normalità anche se, di fatto, la loro vita è stata stravolta.

Ecco quindi che non fa mancare loro nulla: amici, sport, scuola, gite domenicali e, ovviamente, le piccole biciclette che portano i loro nomi incisi sulla canna. Ecco quindi che racconta loro del padre che non c’è più di modo che niente vada perduto: lo fa a parole, lo fa con le fotografie e i trofei che riempiono molti angoli della casa. Ecco che se si forma un nodo in gola quando le chiedono se il loro papà tornerà, lei lo ricaccia giù con tutte le sue forze e risponde loro che no, non tornerà, ma che la vita va avanti. Capite ora perchè dicevo che è una donna forte, Anna.

Quando li saluto e salgo in macchina questa volta riesco ad assaporarli i dettagli paesaggistici. E mentre i miei occhi scorrono tutte le sfumature di verde e giallo che le distese d’erba ti regalano in queste zone, penso a ciò che rimane.

Rimane il ritratto di un uomo, oltre a quello del campione. Rimane l’assenza schiacciante di un padre, di un marito e di un figlio, non solo di un fuoriclasse del ciclismo.

Oltre a tutte le manifestazioni di affetto e stima molto forti che sono arrivate dal mondo dello sport, come il suo team che ha lasciato vacante il posto di capitano nel Giro d’Italia 2017, o il minuto di silenzio indetto dal CONI in ogni sua manifestazione sportiva il giorno dopo la morte di Michele, credo che rimanga soprattutto questa immagine: i due gemellini, Giacomo e Tommaso, che giocano in cortile indossando le magliette con cui correva Michele Scarponi. Magliette visibilmente troppo grandi, che li impicciano un po’ mentre inforcano le loro piccole biciclette per correre anche loro tra le colline di Filottrano, e che però non smettono di usare perché “sono le maglie del nostro papà”. Magliette che li ricoprono di un’eredità che viene loro spiegata ogni giorno, parlando loro del padre, del campione che è stato, delle sue vittorie, della sua passione per la bicicletta e per la vita. Un papà che è stato un eroe per il mondo dello sport, e che per loro rimarrà un eroe per sempre.

 

Dott.ssa Claudia Rualta

Desideri salvare questo articolo in pdf ?