Morire facendo il proprio lavoro

L’irresponsabilità che uccide, la storia di com’è stato ammazzato il carabiniere Emanuele Anzini


Raccontata dalla dott.ssa Claudia Rualta, copywriter


Non sono sbronzo, sono assolutamente in grado di guidare.

Se vai via senza bere l’ultima sei proprio uno sfigato.

Ma sì, chissenefrega se sono in macchina, cosa vuoi che mi succeda?

Siamo portati a pensare che a noi non accadrà mai nulla, e nemmeno ai nostri amici, alle persone con cui stiamo solo “facendo festa”. E che se anche dovesse succedere qualcosa non pagheremmo un prezzo poi così alto. Nessuno va in galera per aver preso la macchina dopo aver alzato il gomito. Al massimo ti ritirano la patente per un po’, e comunque si spera sempre che le pattuglie non ti fermino.

Porsi la domanda giusta

Chi vuoi che mi fermi?

È la domanda ad essere sbagliata.

Ogni volta che qualcuno si mette alla guida ubriaco, o permette a qualcuno di farlo, quello che dovrebbe davvero chiedersi non è se qualche pattuglia lo fermerà o meno, ma che cosa per colpa sua si fermerà: quale vita, quale equilibrio.

Si schianterà su un muro e resterà paralizzato? Prenderà male una curva fino ad ammazzare le persone in macchina con lui?

Oppure fermerà la vita di qualcuno che incrocerà sulla sua strada, investendolo perché i suoi riflessi sono rallentati dall’alcol?

E di chi sarà questa vita? A quale persona impedirà di realizzare i suoi sogni, di amare, di svolgere il proprio lavoro e il proprio ruolo di padre, madre, sorella, fratello, figlio? Quale famiglia andrà a distruggere per sempre?

Non sappiamo se Matteo Colombi Manzi, l’uomo che ha investito e ucciso il carabiniere Emanuele Anzini la notte del 17 giugno 2019, si sia posto queste domande prima di mettersi alla guida quella maledetta notte, dopo i bagordi. Sicuramente sappiamo che era molto ubriaco e che a causa della poca lucidità non ha visto l’appuntato scelto Anzini che stava svolgendo il suo lavoro al posto di controllo.

L’ha travolto e fatto sbalzare di molti metri per l’impatto, uccidendolo sul colpo.

Emanuele Anzini è stato ucciso

Nella notte tra domenica 16 e lunedì 17 giugno 2019, alle ore 2.57, Matteo Manzi Colombi stava guidando ubriaco lungo la Provinciale che da Presezzo porta a Sotto il Monte, a Terni d’Isola (BG). Il limite era di 50 km/h, lui viaggiava a 75 km/h.

Matteo ha notato una pattuglia dei carabinieri appostata con i lampeggianti accesi per un posto di controllo, che stava restituendo i documenti a una vettura appena fermata.

Uno dei due militari, l’appuntato scelto Emanuele Anzini, ha visto l’Audi guidata da Matteo arrivare a alta velocità e gli ha intimato l’alt. Consapevole di aver bevuto troppo, Colombi ha proseguito la sua corsa senza nemmeno frenare e travolgendo il militare che indossava la pettorina fluorescente: il suo corpo è finito sul parabrezza, sfondandolo, ed è stato trascinato per una cinquantina di metri. Emanuele è rimasto sull’asfalto privo di vita, mentre il suo investitore è fuggito per poi ritornare sul posto dopo una decina di minuti, dove è stato arrestato.

Matteo è stato arrestato sul posto dalla polizia.

Ecco cos’è successo nella notte tra domenica 16 e lunedì 17 giugno. Matteo, di professione cuoco, aveva riavuto la patente da appena 3 mesi, gliela avevano ritirata per guida in stato d’ebbrezza. Nel dicembre del 2018 era stato denunciato anche per omissione di soccorso dopo un incidente stradale da lui provocato; la donna coinvolta nell’incidente l’aveva descritto come “barcollante”.

La notte in cui ha ucciso Emanuele, Matteo aveva un tasso alcolemico di 2,97 grammi per litro. Il limite di legge è 0,5.

La vita spezzata, ecco chi era Emanuele

“Se ti racconto come ci siamo conosciuti ti innamori” mi dice la compagna di Emanuele, Susana, aldilà dello schermo del PC. Non ci siamo potute incontrare fisicamente a Bergamo, dove risiede, perché la pandemia non lo permette, così come ho potuto incontrare solo virtualmente anche la sorella Catia che vive invece a Sulmona.

L’impressione che mi dà Susana è quella di essere una donna arrabbiata, ma quando parla di Emanuele i suoi occhi si fanno meno duri, la voce si rompe e la commozione prende il sopravvento.

“Ma quindi come vi siete conosciuti?” le chiedo. “Prometto che cercherò di non innamorarmi”.

Mi racconta che Emanuele un giorno era entrato per caso nel locale in cui lei lavorava, le ha lanciato uno sguardo, lei gli ha sorriso, e da quel momento non c’è stato giorno in cui lui non passasse di là, solo per poterla incontrare. L’ha conquistata con la sua gentilezza e la sua tenacia, qualità che trovano ampio riscontro nelle parole di chi conosceva bene Emanuele: la figlia Sara di 19 anni, gli amici, i colleghi dell’Arma, i volontari della Croce Rossa di cui faceva parte. Era molto benvoluto nella valle, anche se non era originario di lì, bensì di Sulmona.

Profondamente innamorato del suo lavoro (oltre che di Susana), Emanuele viveva il suo mestiere come una missione: desiderava aiutare le persone, amava profondamente la vita e il rispetto per la vita, come ci racconta Catia, sua sorella.

“Emanuele era una persona solare, ha sempre aiutato tutti. Io lo prendevo in giro dicendogli che era amico anche dei sassi, per rendere l’idea. Amava stare in compagnia ed era molto amato: pensa che c’è ancora gente che lascia messaggi di stima e di affetto nella sua bacheca Facebook.

Era l’altra metà di me e devo ancora abituarmi all’idea della sua morte. A volte racconto a me stessa che non lo sto vedendo in questi mesi per via delle restrizioni per il Covid-19, e non perché Emanuele non c’è più”.

Le chiedo cosa pensa della causa della morte di suo fratello, della pena severa che è stata inflitta a chi l’ha investito e ucciso.

«Io penso che in parte sia stata fatta giustizia, considerato che nessuno va mai in galera per i reati commessi al volante. Però l’altra parte di me non può fare a meno di pensare che per tutti, “gli altri”, Emanuele è solo una vita in meno, per noi è un pezzo di cuore che è morto quella notte assieme a lui. Nessuna pena, per quanto esemplare, potrà mai cambiare questo.

Io mi domando: ma possibile che quella notte nessuno abbia notato che questo ragazzo era ubriaco? Perché nessuno gli ha detto di non prendere la macchina? Io credo che la colpa di quello che è successo sia collettiva, non c’è sensibilizzazione sull’argomento, guidare alterati viene vista come una bravata, e non come un atto criminale. Questo è profondamente ingiusto e pericoloso.»

Io e Catia parliamo delle poche campagne di sensibilizzazione che vengono fatte, della scarsa educazione sull’argomento. Poi le dico che Matteo sta seguendo un corso al SERT per la riabilitazione. Mi dice:

“Se la morte di mia fratello è servita per far redimere questo giovane, allora Emanuele non è morto invano”.

Non so se avrei la bontà d’animo di pensare una cosa del genere, mi dico tra me e me: quello che è certo è che Catia e suo fratello si assomigliano parecchio in quanto a gentilezza e benevolenza.

Affronto lo stesso argomento con Susana la quale dice di nutrire una grande sfiducia nella giustizia. Ammette che la pena che è stata inflitta all’assassino del suo compagno è esemplare nel suo genere, ma mi dice anche:

 “Tra 9 anni, quando avrà scontato la pena, questo qui quanti anni avrà? 45? Avrà tutto il tempo per rifarsi una vita. Ma quella di Emanuele di vita? E la mia? Quel signore non ha ucciso solo il mio compagno, ma in un certo senso ha tolto la vita a tutta una cerchia di persone. Non esiste una pena che possa appagarmi”.

Inoltre Matteo sta scontando la pena ai domiciliari e Susana mi fa notare che, da quando c’è la pandemia, ai domiciliari ci siamo tutti.

Le chiedo come sta. Mi risponde che il peso dell’assenza della persona che ami è un macigno e che il tempo non guarisce proprio un bel niente.

Parliamoci chiaro

Stipuliamo un patto di onestà: non definiamo la causa della morte di Emanuele come incidente stradale. La parola “incidente” allude alla casualità, non alla responsabilità. Quello che è successo la notte del 17 giugno è omicidio. Omicidio stradale.

Vorrei che provassimo a ragionare sulle parole, sulla considerazione e quindi il peso che vogliamo attribuire a questo tipo di reato.

Iniziamo dalle parole per dare il giusto peso ai fatti. Un paese civile deve dare la giusta considerazione alle vittime della strada, alla sicurezza stradale e alle risposte che la giustizia sa dare.

Io non sono un giurista, il mio lavoro è cercare di raccontare e sensibilizzare.

Un fatto del genere distrugge la vita non solo di chi ne è direttamente coinvolto, ma anche quella di tutti i suoi cari.

Produce un dolore inconsolabile, comporta uno sconvolgimento della vita anche per chi non l’ha materialmente subito. Cambia la concezione dell’esistenza stessa, passano in secondo piano cose un tempo importanti e le priorità si ribaltano.

La vita di una persona che viene rubata per un motivo così frivolo come una sbronza non è solo dolore e commiserazione, è anche cambio irreversibile della vita dei familiari. È il dolore di una madre che sopravvive al figlio, è lo strazio di una giovane donna che perde il padre. È una sorella che ancora non riesce a rendersi conto che Emanuele non c’è più – era la mia metà -, è la sua compagna che guardandoti negli occhi ti dice che il tempo non guarisce proprio un bel niente, che quel dolore non passerà mai.


Matteo Colombi Manzi è stato condannato a 9 anni di reclusione per omicidio stradale, la pena più dura che sia mai stata inflitta in Italia per questo reato.

Catia, la sorella di Emanuele, mi dice che spera che la morte di Emanuele non sia avvenuta invano. Che possa creare un precedente per cui le persone ci pensino su un paio di volte prima di commettere una cosa che può sembrare una leggerezza, apparentemente, ma che di leggero non ha proprio nulla.

La morte improvvisa di una persona che ami ti annichilisce e ti distrugge. L’omicidio stradale di un tuo caro travolge anche te, ti segna per sempre, anche se tu su quella strada non c’eri. Ragionamenti scontati e strappalacrime?

Può darsi, ma sarebbe così bello che per una volta, davvero, fossimo tutti d’accordo. Fossimo tutti soltanto consapevoli, non solo quando il danno compiuto ormai è irreversibile.


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