La sicurezza che ancora non c’è

La sicurezza che ancora non c’è

La storia di Reinhard Patzleiner, raccontata dalla dott.ssa Claudia Carlin, Ufficio Stampa e Comunicazione Giesse Risarcimento Danni


La vita può cambiare in un istante, questo lo sappiamo tutti, ma spesso ci rendiamo conto di cosa ciò significhi solo quando ci accade qualcosa di veramente brutto. Qualcosa che si mette incomprensibilmente di traverso, tra noi e la nostra felicità, come a volerle dare una battuta d’arresto.

Nel 2012 Reinhard ha 27 anni; abita a Prato alla Drava, una piccola frazione del comune di San Candido ed è un ragazzo che nella vita si è sempre dato da fare. Lavora da quando era ancora adolescente e, allo stesso tempo, aiuta il papà nella gestione del maso di famiglia. Suona le percussioni nella banda del paese, ama lavorare il legno, ma ama ancor di più stare a contatto con la natura e i suoi animali, per questo sogna di prendere in mano un giorno la gestione del maso.

Per il momento, però, fa il carpentiere: ha iniziato da giovanissimo e lavora nella stessa azienda da dieci anni. È un operaio esperto e molto scrupoloso, preciso e sempre attento a rispettare le regole di sicurezza in cantiere.

Il 20 settembre 2012 Reinhard va, come sempre, al lavoro; è molto felice perchè è diventato papà di Valentina da appena un mese. Quel giorno è in cantiere vicino casa, a Monguelfo, e sta controllando le infiltrazioni d’acqua sul tetto del capannone quando qualcosa va storto. In una frazione di secondo, senza neanche accorgersene, scivola dal tetto e fa un volo di otto metri nel vuoto.

Questo è il preciso istante in cui la vita di Reinhard cambia.

Resta fortunatamente in vita, ma le sue condizioni sono gravissime: riporta una lesione al midollo spinale e viene portato immediatamente in rianimazione all’ospedale di Bolzano dove vi resterà per tre settimane, in coma farmacologico.

Così, quella che fino a quel momento ha considerato “vita”, finisce. Comincia un altro tortuoso percorso che si chiama nello stesso modo, “vita”, ma è, a tutti gli effetti, tutta un’altra storia.

Michaela, la compagna, nel 2012 ha solo 21 anni e non ha nemmeno il tempo di riprendersi dal parto che si trova, con una neonata di appena un mese, di fronte ai medici che le dicono brutalmente che non sanno se, al risveglio dal coma farmacologico, Reinhard le riconoscerà.

In terapia intensiva i bambini non ci possono stare, figuriamoci i neonati, ma Michaela non si dà per vinta e, grazie alla complicità di un’infermiera, riesce ad entrare in reparto portando con sè la piccola Valentina: vogliono stargli fisicamente vicino. Poi, un giorno, Reinhard riapre finalmente gli occhi e le vede, le guarda; nel suo sguardo c’è tutto, tutto quello che non può urlare, tutto quello che non può fare. Accenna un movimento con la mano e Michaela capisce che c’è e ci sarà ancora per loro.

Il 17 ottobre 2012, appena si libera un posto, viene trasferito in un centro di terapia intensiva e riabilitazione attrezzato per pazienti gravi come lui e ci resta per sei interminabili mesi. Solo che questo centro non è proprio dietro l’angolo: è a Murnau, in Baviera, a tre ore di macchina da casa.

Reinhard è paralizzato in un letto, ha un catetere, è assistito 24 ore su 24, soffre di dolori costanti che lo tormentano tutto il giorno e tutta la notte, ma non è solo in questa battaglia e questo gli dà forza. Con lui c’è Michaela che si è trasferita in Germania, insieme alla piccola Valentina, in un appartamento in affitto poco lontano dall’ospedale. Lo assiste tutti i giorni.

Con lei si danno il turno anche papà Nikolaus, mamma Waltraud, le sorelle Manuela, Michaela e Monika, il fratello Lukas e altri parenti stretti. Tutti gli stanno vicino; anche se sono evidenti quali saranno i suoi limiti da lì in avanti, è il tipo di persona che non si perde d’animo e combatte con forza. Inutile dire che sono mesi molto duri che mettono l’intera famiglia alla prova.

Finalmente, nell’aprile 2013, Reinhard viene trasferito più vicino a casa, a Brunico, per la riabilitazione. Solo ora, paradossalmente, comincia il difficile, quel percorso che si chiama sempre “vita”, ma che è tutta un’altra storia.

Quando salgo a Prato alla Drava, a casa di Reinhard, è una gelida mattina di fine gennaio, fa freddo e tira un vento forte, il sole si è nascosto tra le nuvole e non ne vuole sapere di saltare fuori.

Mi accompagna Maurizio, il consulente Giesse Risarcimento Danni che ha seguito il caso e lungo il tragitto abbiamo l’occasione di chiacchierare un po’. Mi spiega l’impegno messo per risolvere la situazione e le difficoltà incontrate e superate per ottenere il risarcimento. Mi dice anche che il processo penale si è concluso nel maggio 2017 con la condanna del datore di lavoro e del committente, confermata anche in appello l’anno successivo. Due anni di reclusione per il primo e un anno e sei mesi per il secondo con pena sospesa, il che significa che non sconteranno mai la detenzione in carcere. Magra consolazione, penso dentro di me.

La sicurezza sul lavoro, in Italia, è ancora una questione irrisolta, che causa più di un migliaio di morti ogni anno.

Io, come sempre quando devo scrivere qualcosa, ho studiato le “carte” in ufficio. Stare dietro ad una scrivania mi permette di mettere una distanza tra me e la storia che devo raccontare, in un certo senso mi protegge. Però oggi sono sul campo, realmente di fronte a quelle persone che la brutta storia l’hanno vissuta sulla propria pelle e, man mano che l’auto accelera mangiandosi i tornanti, accelerano anche i miei battiti: l’agitazione si fa sentire.

Siamo un po’ in ritardo perciò, quando arriviamo, Reinhard è già sul patio della sua grande casa di famiglia ad aspettarci. Ci fa subito un sorriso, sembra rilassato così mi rilasso un po’ anche io.

Entriamo in casa dalla porta finestra del suo appartamento a piano terra; lo ha ristrutturato adattandolo alle sue nuove esigenze. Facciamo conoscenza con Michaela, che oggi ha 30 anni, e con Karolina, la piccolina bionda di famiglia. Valentina, la primogenita, è a scuola.

Ci sediamo e cominciamo la chiacchierata intravvedendo solo i nostri occhi dietro alle mascherine. Karolina ha solo due anni, ma mi osserva con quegli occhioni espressivi e consapevoli che hanno solo i bambini nati in situazioni “speciali”.

Reinhard e Michaela ci raccontano le difficoltà pratiche che hanno incontrato dopo l’incidente, le fatiche della riabilitazione, le sconfitte e le vittorie conseguite durante i mesi, la tanta burocrazia da affrontare, la casa studiata su misura. Parlano entrambi in italiano, anche se, di tanto in tanto, si lanciano sguardi complici, interrogandosi a vicenda in tedesco su come si traduce questo o quell’altro termine.

La casa è molto bella: la cucina è adattata con spazi e ingombri studiati in modo tale che sia utilizzabile anche da Reinhard; le porte sono più larghe per poter passare agevolmente con la carrozzina; c’è l’ascensore per scendere al piano interrato dove Reinhard ha attrezzato un angolo dal quale può lavorare al computer e può gestire gli automatismi della stalla. Non è stato facile, nè immediato, ottenere tutte queste “comodità” che significano “normalità”.

Nel 2012 infatti, all’epoca dell’incidente, la casa è vecchia e completamente da ristrutturare. Per sistemarla ci vuole più di un anno, per questo, Reinhard e Michaela devono subire l’ulteriore disagio di cambiare abitazione due volte, andando a vivere in momenti diversi dai rispettivi genitori. A casa dei suoceri, però, non c’è l’ascensore e i vicini devono aiutare Reinhard a salire e scendere le scale caricandolo in spalla.

Chiedo a Michaela: “che cosa hai pensato nei primi momenti dopo l’incidente di Reinhard?”.

“Prima dell’incidente non sapevo nemmeno il significato della parola “tetraplegico”, per me questo era un mondo totalmente sconosciuto. Mi ci sono ritrovata, come accade nella maggior parte dei casi, improvvisamente. Con una bambina così piccola e un compagno in pericolo di vita non potevo perdere troppo tempo a pensare, ho cercato subito di reagire”.

“E le bambine? Karolina è ancora piccola, ma Valentina come affronta la disabilità del papà?”

Michaela mi risponde: “Per Valentina e Karolina il papà è bello così com’è, non ne hanno mai conosciuto un’altra versione, per loro la normalità è questa. Sanno cosa può e cosa non può fare e a loro basta così.”. Pur tra mille difficoltà, Reinhard è un papà dolce e attento, uno che ci tiene alla propria famiglia e orgogliosamente la vede crescere.

Reinhard è il primo di cinque figli e la tradizione altoatesina prevede che sia lui, in quanto primogenito, a ereditare il maso di famiglia. Prima dell’incidente non aveva dubbi su quale sarebbe stato il suo futuro: il suo sogno era quello di portare avanti la tradizione ricevendo il testimone da papà Nikolaus.

La sua passione era grande e ogni momento libero dal lavoro era dedicato alla stalla, allo sfalcio dei prati, alla piccola falegnameria che si era creato lui stesso, tutte cose che faceva senza quasi sentirne la fatica, tipico di chi ama quello che fa.

Reinhard mi racconta che attualmente il maso è ancora gestito dal papà, fortunatamente ancora in forze; in stalla ci sono 40 bovini e il latte lo portano a Dobbiaco. Non è facile mandare avanti un’attività così complessa e faticosa, nemmeno economicamente; ci mettono tutto l’amore che possono, ma a volte i conti non tornano.

Reinhard si occupa della parte burocratica e della gestione automatizzata della stalla, ha stabilito il suo quartier generale al piano interrato, ma è consapevole che arriverà il giorno in cui suo padre non sarà più in grado di prendersi cura del maso e lui non potrà farlo come avrebbe voluto.

Vedo nei suoi occhi il grande dispiacere ma, allo stesso tempo, la speranza di trovare una soluzione, qualcuno che lo aiuti, pur tra le mille difficoltà organizzative ed economiche, a far sì che l’attività prosegua. Questo è ancora il suo grande sogno.

Il 2021 è stato un anno importante per tutta la famiglia: Reinhard e Michaela si sono sposati e attendono la nascita del loro terzo figlio, bimbo o bimba, ancora non si sà!

È una bella famiglia davvero, quella di Reinhard: travolta da un dramma, è rimasta unita ed è riuscita ad affrontare le difficoltà fisiche, morali, economiche e sociali che l’infortunio ha causato non solo a Reinhard, ma anche alla compagna e alle figlie.

Il loro progetto di vita ha subìto una tremenda battuta d’arresto, ma la determinazione con la quale hanno ricostruito la loro “normalità” li rende davvero speciali.

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