Ada e la voglia di ridisegnare la sua strada dopo l’incidente

Ada e la voglia di ridisegnare la sua strada dopo l’incidente

La storia di Ada Cappelletti, raccontata dalla dott.ssa Claudia Rualta, Copywriter per Giesse Risarcimento Danni


Mentre mi avvicino a casa di Ada e dei suoi genitori, a Bolzano, mi attraversa la solita sensazione di pudore e incertezza che mi prende quando ho il compito di intervistare qualcuno. Mi chiedo come andrà, perché – mi dico – non tutte le persone con disabilità sono pronte a parlare di sé e a raccontarsi. Ma poi penso anche che la difficoltà di narrarsi si presenta indistintamente in tutte le persone, indipendentemente dalla loro condizione fisica.

Vengo smentita nelle mie premure non appena mi trovo davanti Ada: una ragazza bella come il sole, sorridente, espressiva e “spumeggiante”, come la definisce la mamma. Occhi grandi e sorriso aperto, mi ha colpito subito per il modo che ha di gesticolare: Ada accompagna le sue frasi con dei movimenti delle braccia e delle mani molto ampi e vivaci, come se disegnasse a mezz’aria il senso in più da dare ad ogni sua parola.

Ada ha 24 anni. Ha perso l’uso delle gambe due anni fa, quando è stata investita sulle strisce pedonali da un uomo che – mi dice – “non voglio incontrare, anche se me l’ha chiesto”. Era una mattina come tante, lei stava andando al lavoro. Ai tempi faceva la commessa in un supermercato. Ora Ada, un lavoro, non ce l’ha più.

Assieme ai genitori vive a Bolzano in un appartamento accessibile, privo cioè di barriere architettoniche.

“Qui in casa tutto è stato progettato su misura per me, di modo che possa essere autonoma. Ma non è sempre stato così” mi racconta.

“Dopo il mio primo ricovero in ospedale di due mesi, a seguito dell’incidente in cui ho perso per sempre l’uso delle gambe, mi hanno dimessa e sono tornata a casa. L’appartamento in cui
abitavo a quei tempi, però, era al quinto piano senza ascensore, non era agibile per me, nel senso che non potevo fare le cose da sola. È stato un periodo molto difficile perché era una situazione nuova, di cui sapevo poco, e in più non uscivo quasi mai di casa perché mi dispiaceva ogni volta dover star lì a chiedere che qualcuno mi portasse in braccio per 5 rampe di scale. Poi c’era l’esplosione del Covid e quindi vedevo pochissime persone. Ero molto giù di morale”.

I genitori di Ada, Franco e Giovanna, stanno seduti in salotto con noi per tutta la durata della chiacchierata, parlano poco e lasciano che sia soprattutto la figlia ad esprimersi.

“Quando ero in ospedale a Bolzano, i primi mesi dopo l’incidente, l’area riabilitativa consisteva in un corridoio in cui, oltre a me, c’erano soprattutto persone molto anziane, con problematiche
affatto simili alle mie. Mi sentivo sola e un po’ smarrita.”

Poi le cose sono andate meglio, almeno psicologicamente, da quando Ada è stata ricoverata a Montecatone. Racconta a me e Maurizio, il consulente di Giesse Risarcimento Danni che ha affiancato lei e la sua famiglia negli ultimi due anni:

“A Montecatone ho sperimentato quanto la libertà di poter parlare di certe cose, di normalizzare la mia condizione, sia stata un tassello fondamentale. Quando qualcuno che è nella tua stessa condizione riesce a fare le cose dieci volte in più e meglio di come le fai tu, è chiaro che pensi che potrai farcela anche tu. E questo ti dà la giusta motivazione per mettercela tutta.

È lì, tra le altre cose, che mi sono appassionata al ping-pong, uno sport che continuo a praticare anche qui a Bolzano tre volte alla settimana.”

“E dovreste vedere che brava!” esclama suo papà con un certo orgoglio. “Le persone che giocano con lei e stanno al di là del tavolo devono muoversi come pazze per stare dietro alla traiettoria
dei suoi lanci” aggiunge la mamma.

Le chiedo del suo rapporto coi genitori, scherzando le dico che magari è meglio che li mandiamo via, così può raccontarmi tutto senza filtri. Ride e mi dice che è stata fortunata. “Sono dei bravi genitori. Mia mamma è un po’ apprensiva, ha sempre paura quando faccio le cose da sola. Tipo quando esco con le amiche la sera, o voglio fare le mie commissioni per conto mio. Ma credo di aver affrontato con un approccio costruttivo la mia nuova situazione anche per come mi hanno cresciuta loro, mi hanno insegnato ad avere fiducia in me e nelle mie potenzialità.”

La vita dei genitori di Ada è cambiata, assieme alla sua. Il papà si occupa di lei quotidianamente alternandosi con la mamma, quando lei finisce il turno di lavoro. Erano abituati a fare delle gite in montagna, a curare il loro grande orto e ad organizzare spesso dei pranzi con gli amici e i parenti. Cose che adesso non riescono più a fare. “La nostra vita, quella di tutti e tre, è cambiata radicalmente… Non è facile. Il suo carattere spumeggiante, però, ha aiutato anche noi ad affrontare la situazione e le preoccupazioni per lei”.

Ma non è stata solo una questione di carattere. Anche la vicinanza dei genitori, dei parenti e dei tanti amici sono stati fattori cruciali che le hanno dato la spinta per affrontare la sua nuova condizione di vita a muso duro. Così come i giusti consigli e il supporto economico ottenuto soprattutto grazie al risarcimento del danno subìto, che le hanno permesso tra le varie cose di avere una casa agibile, di fare attività che la aiutino nella riabilitazione e di comprarsi una macchina speciale, tutta per lei.

“Ho preso la patente dopo l’incidente, prima non avevo mai voluto farla. Alla fine ho capito che mi hanno solo tolto le gambe, ma che tutto il resto lo posso fare, anche di più di quello che pensavo.”

Le chiedo che progetti ha per il futuro. Non ha un lavoro al momento: il supermercato in cui prestava servizio prima dell’incidente l’ha licenziata, senza nemmeno molto tatto. “Questa è una cosa che l’ha fatta rimanere molto male” mi dice papà Franco.

Continua Ada: “Voglio acquisire sempre più autonomia, anche se non potrò mai più tornare a camminare. E poi ho questo progetto: mi piacerebbe lavorare come consulente alla pari negli ospedali e nelle unità spinali, o nei centri di recupero e degenza per dare alle persone quel sostegno che non ho ricevuto io nei primi mesi di ricovero, dopo l’incidente”.

In effetti, mi dico, chi può trasferire, meglio di una persona con disabilità, un aiuto per affrontare le difficoltà pratiche legate ad una certa condizione fisica a coloro che vogliono intraprendere un percorso di autonomia? Attraverso una formazione specifica nell’ambito del counseling, si mettono in atto metodologie e tecniche di comunicazione finalizzate ad attivare nelle persone con disabilità una maggiore consapevolezza del proprio status e delle possibilità di riprogettare la propria vita anche dopo un trauma.

“Io sono fiera della persona che sono” mi dice sorridendo e guardandomi fissa negli occhi, mentre ci salutiamo.

Non posso che ricambiare il suo sorriso e pensare al fatto che in ogni risposta che mi ha dato, in questa chiacchierata che più che un’intervista è stata una danza di gruppo, dove ci si accorda sul passo e sul ritmo, Ada mi ha dato le indicazioni per capire dove era nascosto un tesoro. Un tesoro fatto di sorrisi, gesti ariosi delle braccia e tanta voglia di vivere.

Andando via, lungo il viaggio in macchina penso a come il contesto sociale, familiare, le possibilità economiche e il carattere di una persona incidano in maniera decisiva sull’autonomia e sull’autostima, e rifletto su come agiscano anche rafforzando o abbattendo i pregiudizi e gli stereotipi legati alla disabilità.

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